Il saggio breve
(da "la prova scritta di italiano, Simone 2001")
Che cos’è
Il saggio breve è un testo informativo-espositivo.
Un avvenimento di cronaca, di politica, di economia oppure di cultura può dare lo spunto per descrivere un protagonista dei nostri giorni, per evocare un personaggio storico, per parlare di un libro, per fare delle riflessioni su un argomento di attualità.
Questa forma di giornalismo richiede una solida preparazione culturale o, almeno, un buon livello di conoscenza dell’argomento che si intende trattare.
Regole pratiche di scrittura
Se decidiamo di scrivere il saggio breve, la prima regola da rispettare è quella di un’esposizione chiara.
Il nostro punto di vista su una pagina di storia, su un evento culturale, su un fenomeno sociale, su un aspetto della vita politica ed economica deve essere comunicato in maniera semplice e accessibile a tutti i lettori. Più la questione che trattiamo è complessa, più abbiamo il dovere di essere comprensibili. Questo significa che i riferimenti storici e i termini scientifici, economici, sociologici devono essere resi in un linguaggio mediale.
Ad esempio, ipotizziamo di aver letto in un testo di sociologia un’espressione di questo tipo: l’emancipazione delle donne ha contribuito a modificare "la struttura asimmetrica dell’unione coniugale". Se vogliamo esporre questo concetto sul giornale, dobbiamo parlarne in modo che capiscano centinaia di migliaia di cittadini, che non sanno che cosa significhi "struttura asimmetrica". Glielo chiariremo col gusto della semplicità e con le regole del parlare comune: l’emancipazione della donna ha contribuito a modificare la legge che disciplina i rapporti tra i coniugi, cioè la non piena rispondenza di ruoli, compiti, responsabilità tra le parti. E se proprio saremo costretti a usare un termine difficile, dovremo darne la spiegazione.
Il saggio breve ha in primo luogo una finalità: far capire ciò di cui si parla.
Gli argomenti, le analisi, le riflessioni e le valutazioni vanno esposti in modo sintetico e chiaro, poiché sono diretti anche a persone che non hanno un elevato grado di cultura.
Questo obiettivo si raggiunge soprattutto con:
• la distribuzione del contenuto informativo all’interno dell’articolo;
• le opzioni lessicali;
• la struttura del periodo;
• la punteggiatura.
In ordine alla distribuzione delle idee-informazioni, non dimenticare mai il lead, cioè l’inizio che corrisponde alle prime cinque-dieci righe dell’articolo. Il lead è dunque il nucleo centrale dell’argomento che s’intende trattare.
Per farsi capire si useranno termini comunemente adoperati dalla maggior parte delle persone, cioè quelli del lessico italiano di base.
Quanto alla struttura del periodo, si consiglia di preferire una costruzione il più possibile lineare, essenziale, magari elementare. È opportuno limitare le parti del discorso a venti-venticinque parole, articoli e preposizioni inclusi, per non mettere mai il lettore in condizioni di perdere il filo.
Relativamente ai segni di punteggiatura, vale la vecchia regola di leggere a voce alta: se manca il fiato, c’è qualcosa che non va.
È necessario, infine, evitare gli incisi, le elencazioni meticolose, le lunghe citazioni, perché disturbano la semplicità lineare della frase, rischiano di appesantirla dandole un andamento tortuoso: in poche parole annoiano.
La trattazione saggistica è adottata nella maggior parte dei reportage giornalistici di questi ultimi anni, basta infatti aprire un qualsiasi quotidiano o settimanale per trovarvi degli articoli sotto forma di brevi saggi.
A titolo esemplificativo proponiamo qui di seguito un articolo di giornale sotto forma di saggio.
Pillole di analisi sulla bancarotta della famiglia
(di Titti Marrone)
Ai tempi in cui Pacciani fu incriminato come plausibile mostro di Firenze, un noto psicoterapeuta e docente all’università, di quelli richiestissimi dai giornali per pareri entro l’orario di chiusura sulle psicologie assassine, si lasciò andare a un identikit del serial killer. In casa di Pacciani, che si dilettava di pittura, era stato trovato un quadretto, a detto del professore, perfetto per esprimere il contorto mondo interiore di uno sterminatore di coppiette. Il quadretto risultò essere poi una copia riconoscibilissima dell’opera di un pittore cileno ospite, guarda caso, di un collega della stessa università dove il ricercatissimo professore insegnava, e esposto in bella vista in una delle sue aule. L’episodio, ben lungi dal danneggiarne la reputazione, non impedì al professore di continuare a dispensare pareri, chiuse e illuminati commenti sui profili dei criminali affiorati dalle cronache quotidiane.
A simili rischi si espone quotidianamente chi, come Paolo Crepet, diffonde a tambur battente i suoi saperi su devianze comportamentali sfociate in vicende di "nera". Psichiatra, sociologo, esperto di ricerca sul tentato suicidio, sulle colpe dei padri e su quant’altro la cronaca proponga e i giornali siano ansiosi di approfondire, invitatissimo a trasmissioni tv e tavole rotonde, ha un fiuto tale per le patologie mentali del momento da dare a volte l’impressione di orientare addirittura gli svolgimenti della realtà. Così il suo Non siamo capaci di ascoltarli (Stile libero Einaudi, pagg. 130, lire 15mila), rapidamente arrivato oltre le 80mila copie, ha avuto la buona sorte di consegnare una rappresentazione bell’e fatta della crisi dei rapporti familiari poche settimana prima del delitto di Novi Ligure.
Crepet dice, a ben vedere, cose assai semplici, dando il tipo di consigli di psicologia in pillole oggi molto in voga perché ottimamente collocati nel trend emotivo del momento. Dice che educare i figli alla competizione, farne dei "bambini Abarth", cioè "figli dell’ambizione più sfrenata", è male ed è pure inutile, giacché non è affatto detto che i piccoli vincenti siano adulti riusciti. Svela che diamo ai nostri figli troppa tv, troppa comunicazione virtuale ma poche carezze e poca capacità d’imparare a essere responsabili. Dai suoi numerosi e applauditi giri per scuole, ricava la sensazione che molti ragazzini delle elementari non abbiano mai visto dal vero una mucca o un coniglio. E che, infine, i genitori d’oggi trovino più semplice dire "sì" piuttosto che "no", tirandosi fuori dagli impacci ma perdendo in autorevolezza. Che, sia ben chiaro, è cosa diversa dall’autorità.
Tutto verificabile, ma allo stesso tempo tutto un po’ troppo constatativo, banalizzato. Come il rilievo secondo cui i giovani cattolici l’estate scorsa accorsi a frotte in raduno da Woitjla forse, più che un papa, "cercavano un papà". Sorge un dubbio: che sia lui, lo psichiatra, a proporsi come modello paterno ottimale? Siamo sinceri: le carenze e la fragilità dei padri contemporanei, proprio perché gravi, meritano un aproccio, un approfondimento analitico e critico maggiore. Che lasci meno l’impressione di una scoperta dell’acqua calda. Che non sia frettoloso come i tanti pareri rilasciati qua e là in televisione e sui giornali, spesso rovesciati il giorno dopo, su richiesta, nel contrario di quanto è stato detto e scritto.
(da: Il Mattino, 5 aprile 2001)