La poetica di Pascoli
La poesia è per Pascoli la voce del poeta-fanciullo che riscopre la realtà delle cose, anche delle più piccole; è uno sguardo vergine e primigenio che si posa sul mondo e ne evidenzia gli aspetti più nascosti. Secondo Pascoli, dunque, può dirsi poeta colui che è riuscito ad esprimere quello che tutti stavano pensando ma che nessuno riusciva a dire.
La poesia però deve avere anche un compito sociale e civile: deve migliorare l’uomo, renderlo buono, renderlo etico. Questa concezione riflette pienamente il suo socialismo umanitario, utopistico, interclassista, patriottico.
Il discorso La grande proletaria si è mossa (con cui Pascoli si dichiarava favorevole all’entrata in guerra dell’Italia)è stato il manifesto di questa sorta di "socialismo nazionale", vicino per alcuni aspetti ad un nazionalismo populista, che considera la guerra come un momento di superamento dei conflitti sociali e delle differenze di classe.
Si tratta, in realtà, di una prospettiva indubbiamente falsata, basata su posizioni che in seguito lo stesso Pascoli provvederà a rivedere:
→ lo spostamento della lotta di classe all’esterno delle nazioni: non più tra parti sociali di una stessa nazione, ma tra nazioni ricche e nazioni proletarie.
→ il continuo scivolare delle argomentazioni politiche e sociali dal piano della ragione a quello del sentimento (illusione di una possibile fratellanza e di un’istintiva bontà che porterebbe gli uomini di una stessa nazione ad abbattere le differenze e ad unirsi nella lotta contro il nemico comune).
Si intrecciano nella sua poetica due spinte fondamentali:
→ una verso l’esterno, verso l’intervento attivo nella società per produrre nei cambiamenti nelle cose e negli uomini.
→ una verso l’interno, intimista, abbinata al gusto contadino per le cose semplici e all’attenzione a volte ossessiva alle complicazioni tortuose del suo animo decadente.
Uno scambio continuo, insomma, tra grande e piccolo, in un rovesciamento di prospettiva e di valori.